Lettera a Catherine adolescente

Ciao Catherine,
sei una ragazzina strana, e lo so bene. Te lo dico io che sono una donna strana, e che, soprattutto, sono te fra vent’anni.
Te lo dicono tutti, e, lo so, sei un po’ stufa di sentirtelo dire perché in teoria non è tanto un complimento. Di sicuro chi te lo dice non lo intende così.
Io invece sì.
Normali saranno gli altri, e lascia che lo siano. A quanto pare sono capaci tutti ad esserlo – solo che in realtà alcuni, anzi, molti fanno solo finta. Indossano una maschera, perché è più facile così.
Tu hai scelto la strada più difficile, e devi esserne fiera. Non perché sia in qualche modo più nobile o saggia di quello che fanno gli altri.
No.

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Consigli di un vecchio barbagianni

Consigli…

Non so che tipo di consigli vi potete aspettare da me.

Forse pensate che vi dica qualcosa del tipo “Cogliete al volo le occasioni, non abbiate rimpianti, inseguite i vostri sogni, eccetera eccetera”? In linea con questa mentalità new age del carpe diem che va tanto di moda oggi?
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Cocci e altre cose perse

Che bravi che siamo, con le nostre vignette contro il sistema messe su Facebook, mentre lasciamo scivolare la serata fra i like, la sprechiamo solitaria, anche quando siamo in compagnia, scrollando condivisioni di status.
Siamo schiavi, e vorremmo essere liberi. Ma forse ci fa paura.

Forse non sappiamo come fare.
O semplicemente, tanto, da noi stessi non possiamo fuggire.
Ma se ce l’avessi un posto in cui farlo, adesso lo farei.

Che cos’ho per il futuro? Pochi obiettivi, alcune paure.
Mi è rimasto qualcosa fra i denti – è una scheggia d’osso delle delusioni che non riesco a buttare giù.
C’è poco da fare: la vita è una puttana che non ti dice prima quanto fa. E li paghi sempre troppo cari quei cinque minuti di vuoto piacere.

Sono una tossicodipendente, drogata dei sogni che non realizzo: le mie dipendenze più gravi sono quelle che mi davano l’estasi solo tenendomi per mano – ad alcune bastava guardarmi negli occhi. E cosa ci vedevo in quegli occhi non lo so: niente che sia mai arrivato, nulla che si sia mai realizzato.
Se almeno avessi una storia bella e grande da raccontare, allora forse, che ne so, ne sarebbe valsa la pena.

Ma non è colpa mia se non c’è.
Non sono io che le ho trasformate in veleno. Non sono io che le ho lasciate spegnere. Non sono io che ho sempre dovuto andare avanti.
Va bene, non è vero: sono io invece.
Ma non lo volevo. Fosse per me lo avrei fatto andare avanti in eterno. Però se incontri muri, o peggio, se incontri un nulla, che cosa puoi fare? Accanimento terapeutico di una cosa viva solo a metà, nella tua metà di cuore, viva ma nascosta dentro di te, implosa, viva solo in potenza?
Non conta no, che sono stata io? È come se non lo fossi stata.
Poi, in realtà, nemmeno conta davvero chi sia stato. Conta il perché.

Il perché lo cerco, ma non lo trovo.
Forse non c’è, mi dicono. Non mi accontenta come risposta. Un perché c’è sempre.
A volte sono le domande che mancano. Quelle giuste. Quelle che non sai formularti. Quelle che non vuoi sentire…

Happy New Year


Chiudo le tende, metto la musica a palla e mi infilo sotto le coperte con un libro, come se fosse una sera qualunque. Ho il mio proposito da eremita stasera, il mio attivo, volontario boicottamento dei festeggiamenti – il mio non-Capodanno.

Non li voglio vedere i fuochi, non voglio sentire la gente che fa il conto alla rovescia e festeggia.

Così posso far finta che questo anno non sia finito e che le cose possano ancora andare come avevo sperato che andassero un anno fa.

Last Christmas I gave you my heart, the very next day you gave it away

Anche chi la cantava non c’è più – fa parte delle tante cose strane che sono successe quest’anno, quest’anno in cui è successo tutto il contrario di ciò che a rigor di logica si poteva pensare succedesse. Forse è per questo che anche fra noi le cose sono andate così? Contro ogni logica?

E mentre i botti fuori li sento lo stesso, nonostante la musica e nonostante le persiane barrate, penso che forse io sento troppo, spero troppo, sogno troppo. E quindi a volte finisco per sperare e sognare cose impossibili. Che sarebbero giuste e perfette se fossero vere, ma non lo sono – sono solo impossibili. E preferisco restare sola piuttosto che avere qualcosa che non riesco a sognare così.

Ed essere così, essere sempre troppo, fare sempre troppo, è una maledizione. Una maledizione che ti scegli, come passare Capodanno a letto a leggere pensando a cose che non sono successe nell’anno che sta morendo, anziché stare fuori a festeggiare. E va bene così, anche se un po’ di malinconia ti brucia la gola. Ed è questa la mia maledizione.

Che poi ci sono anche giorni in cui invece è una benedizione – e cosa devo dire, anno che stai arrivando, spero che me ne darai tanti. Spero che fra un anno avrò meno malinconia a bruciarmi in gola.

Spero che fra un anno, se metteró su della musica a tutto volume, non continuerai a venirmi in mente ancora tu…

Ho scritto un libro


http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/303351/lamore-unaltra-cosa/

La realizzazione dei sogni non è democratica, secondo me.
Non sempre si realizzano tutti i sogni che meriterebbero di essere realizzati. Non sempre basta lavorarci sodo, mettercela tutta, dare il meglio del meglio che si ha. Ci va anche fortuna – o, nel caso di certi altri sogni, bisognerebbe essere in due a sognare. Con la stessa intensità, nella stessa direzione.

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Novembre

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Ed è arrivato anche novembre.
Un mese che mi immagino in chiaroscuro, con tinte forti, con ombre cariche che nascondono cose che non si possono dire – un mese in bianco & nero, con solo qualche accenno di rosso cupo, di rosso dorato, di rosso delle foglie: qualche sfumatura intensa che emerge in un paesaggio sfumato di nebbia, per ricordarci, forse, il colore del sangue, le cose che bruciano, quello che abbiamo sentito talmente forte da non riuscire a dimenticare.
Novembre è il tuo mese.

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Cartoline da una ragazza che non hai voluto vedere

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Rileggo i miei vecchi diari. Li rileggo ad alta voce, alla mia migliore amica, il sabato sera in un ristorante giapponese di periferia, quando siamo rimaste solo noi, con i camerieri che, con discrezione, puliscono gli altri tavoli e sollevano le sedie in alto.
Forse è ora di andare.
E’ passato un anno e non è cambiato nulla.

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Autunno

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Forse per ricominciare, a volte, bisogna passare attraverso l’autunno.
Scivolarci in mezzo, in silenzio, assaporando la gioia semplice ed essenziale dell’essere vivi, lasciandola galleggiare sopra a tutto il resto, permettendole, per una volta, di essere più forte di tutto il resto.
Camminare in silenzio per una strada buia di periferia, una strada non pericolosa, solo vuota, solo squallida, illuminata di giallo aranciato da lampioni nuovi, altissimi. Sapere che è la strada che ti riporta a casa. Sapere che non c’è nulla di brutto, nulla di male, nulla di sbagliato.
Sapere che, sapere questo, non basta a riempire quel senso di vuoto. Non ci sono fiori a decorare questa strada. Non ci sono vetrine, non ci sono profumi. Ma va bene così.
Ti può bastare, per stasera.

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Quando torni

C’è questa strada sempre uguale, che percorro tutte le mattine.
Asfalto, pietrisco, sterpaglie, cocci, cacche, muri sgretolati, qualche graffito.
E’ sempre grigia – pochi altri punti di colore, che finiscono per essere ingrigiti anche loro.
Quando ritorni però ti sembra sempre di vedere le cose con occhi diversi, ti sembra sempre che siano diverse. Non più belle, solo diverse. Più leggere, forse. Svuotate di significati, di accezioni negative, di pesi. Come vederle per la prima volta.
Bastano pochi giorni, basta un viaggio per cambiare occhi.
Ripensi “Davvero me l’ero presa tanto per quello? Per così poco?”.
Davvero?
Forse lavorare mi fa male.

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